Saccol: il cuore antico del Cartizze
Viaggio nel borgo dove il tempo rallenta, tra vigne eroiche e memorie di confine, tra la resistenza dei contadini-poeti e la bellezza del paesaggio UNESCO

Anche i borghi hanno un’anima. A volte placida e sonnacchiosa, chiusa in un loro eterno torpore; a volte schiva, diffidente, difficile da penetrare. Ma per chi ha voglia di ascoltare, hanno sempre un cuore vivo che batte e, soprattutto, una storia da raccontare.
Saccol è il borgo che si adagia tra San Pietro di Barbozza e Santo Stefano di Valdobbiadene. Rappresenta il vertice occidentale del cosiddetto “pentagono d’oro” del Cartizze: un anello naturalistico di circa 10 km, percorribile a piedi o in mountain bike, che attraversa vigneti, colli panoramici e borgate storiche. La sua è una storia fatta di memorie e di resistenza. Memorie che parlano di lavoro quotidiano, di guerre e di confini; resistenza alla modernità che avanza inesorabile.
IL COL CROSÉT E IL MONDESERTO: UNA COLLINA CHE HA VISTO SECOLI
Saccol è uno dei cuori storici del Cartizze: una manciata di case defilata rispetto alle direttrici più battute, ma immersa in uno dei paesaggi vitati più emblematici del Conegliano Valdobbiadene. Qui tutto sembra stare “sotto il colle”, come indica il toponimo stesso del borgo, protetto da una bastionatura naturale. Intorno, una mareggiata di vigne scende nelle vallecole del Cartizze: pendenze vive, filari fitti.
Basta fermarsi un attimo: l’aria sa di erba secca e legno, i torrenti cantano in sottofondo e sopra — sul Col Crosét — resta l’ombra di un castello. È un luogo piccolo, ma stratificato.
Sul Col Crosét, il “guardiano” naturale del borgo, la storia non è lineare ma fatta di resti e sovrapposizioni: il castello medievale del Mondeserto, i riusi veneziani e le ferite della Grande Guerra, quando l’altura venne sfruttata come punto d’osservazione militare.
Questa stratificazione è rara da percepire così chiaramente in pochi passi. La stessa altura che proteggeva il borgo oggi offre una lettura completa del territorio, tra difesa, lavoro
agricolo e paesaggio. Qui il riconoscimento UNESCO non è uno slogan: è il rapporto stretto tra uomo e natura, visibile nelle tracce di una comunità rurale che ancora affiora tra aie, portoni socchiusi e piccole edicole consumate dal tempo.
Come nella casa di Virgilio, classe 1962, che vive con orgoglio nell’antica dimora di famiglia. Si definisce viticoltore ma soprattutto contadino, inteso come figura nobile e
poliedrica che sa fare il vino, allevare animali e costruire attrezzi.
È un “custode” di saperi manuali con l’animo di un poeta. Recita i canti della “Divina Commedia”, imparati a memoria per passione:
“Guarda il calor del sol che si fa vino, / giunto a l’omor che de la vite cola” (Purgatorio, Canto XXV).
CHIESE “MINIME”, DEVOZIONI TENACI: SAN GOTTARDO E SAN BIAGIO DI STANA
Nel paesaggio di Saccol, il sacro non domina: resiste. La chiesetta di San Gottardo e quella di San Biagio di Stana accompagnano il cammino come punti fermi discreti.
Per arrivare a quella di San Biagio si devono attraversare i vigneti di Michela che, nel 1999, ha lasciato il lavoro in ufficio per diventare viticoltrice. La sua scelta è stata dettata da
un richiamo alle radici e da un’idea ben precisa di metodo, orientata alla sostenibilità. Da dieci anni, infatti, sperimenta la lotta integrata con l’uso di microrganismi effettivi.
È il segno che il ritorno alle origini può animarsi di uno spirito nuovo, conciliando storia e innovazione.
Risalente forse all’anno mille, la minuscola chiesetta di San Biagio di Stana svela, in una targa posta sul pronao, una vicenda che racconta molto dell’animo irriducibile di queste genti. È la storia di Mattio Ferrari, medico del Val di Biadene, finito sotto processo nel 1794 per le sue idee e per i conflitti tra comunità e poteri emergenti. Una memoria “scomoda” che aggiunge profondità al paesaggio: non solo bellezza, ma tensioni sociali e coraggio individuale.
QUANDO ANDARE E COME VIVERLA
Il bello di Saccol è la lentezza: cercate la luce radente del mattino o del tardo pomeriggio, quando le vigne si accendono.
Fermatevi nei punti alti per leggere le geometrie del Cartizze, poi rientrate nel borgo e ascoltate la sua “assenza” di frastuono.
Saccol si scopre come si sfoglia un quaderno: poche pagine, ma dense.
Tra filari ripidi e silenzi, il territorio UNESCO di Conegliano Valdobbiadene torna a essere quello che è davvero: un paesaggio culturale costruito a mano e custodito da storie piccole solo in apparenza. Se potete, chiudete la passeggiata con un ultimo sguardo dal colle: la valle sotto di voi non è una cartolina, è una biografia.
Testo di Paolo Colombo
Foto di Mattia Mionetto




