Filari di Vita: intervista ai fratelli Marsuret
Due voci, due visioni, un unico mestiere. In questa intervista, Enrico e Alessio ci portano dentro il loro mondo, fatto di passione, sfide, convivialità e un forte senso di appartenenza

“Marsuret” è il soprannome storico della famiglia Marsura: viticoltori da generazioni legati alle colline di Valdobbiadene. Enrico e Alessio, terza generazione dell’azienda fondata nel 1936, ci raccontano come stanno portando avanti la tradizione e i valori di famiglia, in un territorio ricco di sfide e di opportunità.
Se doveste descrivere il vostro lavoro con una parola, quale sarebbe e perché?
Enrico. Vario. Perché il nostro lavoro è un continuo alternarsi di scenari e competenze. C’è la parte fisica e concreta del lavoro in campagna, a contatto con la natura e i suoi ritmi. Poi c’è quella più analitica e precisa in cantina, dove ogni dettaglio conta. C’è anche la dimensione commerciale, fatta di incontri, viaggi e relazioni. È un mestiere che non conosce monotonia e che ci tiene sempre in movimento, mentalmente e fisicamente.
Alessio. Sfida. Perché ogni giorno ci muoviamo in contesti completamente diversi: a volte il focus è il rapporto umano, a volte è l’incertezza del clima a dettare le regole, altre ancora sono le dinamiche di cantina, dove rigore e precisione diventano fondamentali. È una sfida continua, ma è proprio questo che rende il nostro lavoro stimolante.
Che emozione sperate di suscitare in chi beve il vostro vino?
La sorpresa. La nostra Denominazione è spesso sottovalutata. Proprio per questo è gratificante vedere l’espressione di chi, assaggiando, scopre un prodotto ben fatto, versatile e ricco di sfumature. Sorprende scoprire che un Conegliano Valdobbiadene può essere diverso da quello che ci si aspetta: sempre capace di raccontare qualcosa di nuovo.
Il ricordo più emozionante legato a una vendemmia?
Abbiamo un bel gruppo di lavoro, giovane e affiatato. Il ricordo più vivo è quello delle sere in cui ci si ferma tutti insieme per bere una birra o un bicchiere di vino. È un momento di condivisione semplice ma che resta impresso.
Chi ha vissuto una vendemmia sa che è un’esperienza totalizzante: per 25-30 giorni si lavora fianco a fianco, condividendo fatica, entusiasmo e piccoli traguardi. In quel tempo si creano legami che vanno oltre il lavoro. Dal punto di vista produttivo, restano indimenticabili le annate da cui non ci si aspettava molto e che invece regalano grandi sorprese: la soddisfazione, in quei casi, è ancora più forte.
L’abbinamento preferito con il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e la vostra tipologia preferita?
Alessio. Preferisco le versioni più classiche, come Extra Dry, ideali per l’aperitivo. Una fetta di salame o uno spuntino completano il momento perfetto. È un vino che sa adattarsi a ogni occasione, dal brindisi informale alla cena più curata.
Enrico. Io preferisco il vino nella sua espressione più autentica, come Brut o Extra Brut, abbinato a soppressa o salame: la “merenda contadina” di una volta. Un abbinamento che sa di casa e di tradizione.
Il valore più rappresentativo della vostra denominazione?
L’eterogeneità. Qui territorio, clima e aziende sono tutti diversi, e questa varietà è la nostra ricchezza. A differenza di altre zone del mondo dominate dalle grandi maison, ogni produttore interpreta il vino a modo suo. Si parte da un prodotto enologicamente semplice, senza affinamenti, che diventa unico grazie alla personalità di chi lo produce e alla diversità delle vigne.
Tra i produttori c’è un forte senso di appartenenza. Certo, non manca un po’ di campanilismo, ma la territorialità è profondamente sentita. In questa zona impervia, un tempo difficile da valorizzare, oggi la diversità è diventata un punto di forza, capace di trasmettere esperienze, carattere e personalità.


