Filari di Vita: intervista ad Andrea Marsura
Andrea, 28 anni, è un giovane viticoltore che da due anni affianca i genitori e la sorella nell’azienda di famiglia

Con passione ed entusiasmo, Andrea porta avanti la tradizione vinicola unendo il rispetto per le radici a una visione moderna. Combinando convivialità e competenza, ama valorizzare i vini attraverso abbinamenti con una cucina di qualità.
Se dovessi descrivere il tuo lavoro con una parola, quale sarebbe?
Dedizione. Vivere e lavorare sulle ripide colline del Conegliano Valdobbiadene DOCG, le nostre “rive”, richiede un impegno costante e profondo. Non si tratta solo di coltivare la vite, ma di scolpire un paesaggio, di prendersene cura giorno dopo giorno. Se vogliamo puntare sulla qualità e preservare la bellezza di questo patrimonio, che richiama visitatori da tutto il mondo, qualcuno deve assumersi questa responsabilità. E noi lo facciamo tutti i giorni, portando avanti una tradizione secolare.
Qual è il suono che ti riporta immediatamente alla tua terra?
Il cinguettio degli uccellini. È il suono all’alba tra i filari, la colonna sonora delle mie giornate in vigna. Specialmente vicino ai boschi, l’aria è piena di melodie e osservando attentamente, si scoprono i nidi nascosti tra le foglie: un segno della biodiversità che cerchiamo di preservare. Questo contatto diretto con la natura è un’esperienza unica che mi fa sentire profondamente legato al mio territorio. È un legame col passato e con un modo di lavorare rispettoso dei cicli naturali che qui è ancora radicato. Credo sia proprio questa connessione con la tradizione e con la natura a rendere speciale il nostro territorio.
Qual è il ricordo più emozionante legato alla vendemmia?
Il ricordo più emozionante è legato alla figura di mio nonno. Fin da bambino, mi portava con sé tra i filari per mostrarmi ogni fase del processo: dalla cura delle viti alla raccolta dell’uva, fino all’arrivo in cantina, dove il mosto iniziava la sua trasformazione in vino. Mi ha insegnato tutto quello che so, trasmettendomi tecniche, passione e il rispetto per la terra.
È stato affascinante osservare, nel corso degli anni, l’evoluzione delle tecniche di coltivazione e vinificazione, ma allo stesso tempo constatare quanto resti fondamentale l’esperienza. Il sapere tramandato di generazione in generazione è un bagaglio di conoscenze che non si trova nei libri. Per me, la vendemmia non è semplicemente un periodo di lavoro intenso, ma un momento di condivisione, un rito familiare.
Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto nel tuo lavoro?
Ho imparato, osservando e facendo esperienza sul campo, che ogni fase del lavoro, sia in vigneto sia in cantina, richiede il suo tempo. Non bisogna mai forzare i processi o cercare scorciatoie, perché accelerare i tempi significa compromettere il risultato finale.
Inoltre, mio nonno e mio padre mi hanno sempre detto che per fare un buon vino bisogna partire dal vigneto. Tutto comincia dalla terra: se non lavori bene lì, non puoi aspettarti un grande risultato in cantina. È una lezione semplice, ma fondamentale.
Qual è il gesto più piccolo che compi ogni giorno e che in realtà fa la differenza nel tuo lavoro?
Ogni mattina, appena mi alzo, faccio un giro in cantina per controllare che tutto sia in ordine. Verifico che le autoclavi funzionino correttamente e che non ci siano blocchi fermentativi. È un controllo che richiede solo 10 minuti, ma è essenziale farlo ogni giorno. Questo piccolo gesto mi permette di assicurarmi che tutto proceda come deve o di intervenire subito, se necessario.
C’è un aneddoto divertente o inaspettato che ti è capitato durante il tuo lavoro e che ti va di condividere?
Abbiamo un trattore molto speciale: è il primo trattore acquistato da mio nonno nel 1958. Era soprannominato ‘la Caffettiera’ per il suo rumore. Quando ero piccolo, ogni volta che sentivo quel trattore accendersi, correvo subito fuori casa per salirci sopra e fare un giro con mio nonno. Già quando avevo solo 3 o 4 anni, mi bastava sentire il suono del trattore per farmi uscire di casa entusiasta.
Hai mai desiderato fare un altro lavoro?
Dare una mano nell’azienda di famiglia è sempre stato naturale. Si può dire che lo faccio da sempre. Ufficialmente sono assunto da 2 anni, perché prima ero impegnato con gli studi universitari, ma anche durante l’università cercavo di dividere il mio tempo tra i libri e la cantina. Lavoravo qui ogni volta che potevo, magari passavo metà giornata sui libri e l’altra metà tra le vigne o in cantina, imparando sul campo i segreti del mestiere. Era faticoso, ma ne valeva la pena.
Qual è la tua tipologia preferita di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG?
Personalmente, adoro l’Extra Brut. Per noi è un prodotto relativamente nuovo: siamo solo alla terza annata e dietro ogni bottiglia c’è un grande lavoro di ricerca, di studio, di sperimentazione in vigna e in cantina. Ne produciamo pochissime bottiglie (circa 1.100-1.500 l’anno) utilizzando le uve di un singolo vigneto, selezionato appositamente per le caratteristiche che si prestano a questa tipologia.
Non è un vino che puoi produrre scegliendo un vigneto a caso. Per ottenere un Extra Brut di qualità serve una materia prima eccezionale. Questo vino si distingue dal classico Prosecco: non punta sulle tipiche note floreali o fruttate, pur presenti, ma si caratterizza per una maggiore complessità. Gusto e profumi sono completamente diversi rispetto al Prosecco tradizionale, offrendo un’esperienza sensoriale più intensa e articolata. Certo, è una tipologia che non incontra il gusto di tutti. Richiede un palato allenato e una certa curiosità, ma credo che l’Extra Brut abbia molto da offrire a chi cerca qualcosa di nuovo, con carattere, capace di evolvere nel tempo e di accompagnare anche piatti più strutturati.



