Filari di Vita: intervista a Sara Meneguz
Tra le colline di Tarzo, la famiglia Meneguz coltiva la vite da oltre 300 anni

La storia della famiglia Meneguz affonda le radici nel 1750, tra le colline di Tarzo. Da allora, generazioni di viticoltori hanno custodito con passione la dimensione artigianale e familiare dell’azienda. Oggi a guidarla è Sara Meneguz, che porta avanti la tradizione di famiglia unendo rispetto per il territorio e sguardo verso il futuro.
C’è un profumo, sapore o suono che ti riporta immediatamente alla tua terra?
Potrei dire che esiste un profumo, un suono e un sapore per ogni stagione. Ce ne sono molti, ciascuno legato a momenti diversi dell’anno, che a occhi chiusi mi riportano al luogo dove sono nata.
Ma ce n’è uno in particolare che amo profondamente: il profumo dell’uva Glera in fiore. È un aroma dolce, intenso, delicato e unico. Lo si può apprezzare solo per pochi giorni, dopo la metà di maggio. È una sensazione unica, un’esperienza incredibile: per me, è il profumo per eccellenza della mia terra.
Che emozione speri di suscitare in chi beve il tuo vino?
Spero di trasmettere emozioni positive: gioia, serenità, ottimismo e senso di convivialità. Vorrei che i miei vini facessero sempre da sottofondo a momenti felici… o che riuscissero a rendere felici anche momenti che, di per sé, non lo sarebbero.
Il mio obiettivo è portare gioia e leggerezza, creando vini dalla bevibilità immediata, capaci di sprigionare sensazioni piacevoli. In particolare, con il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, cerco anche attraverso la sensazione tattile delle bollicine, di toccare le corde più gioiose del nostro animo.
Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto nella tua carriera?
Ho imparato moltissimo, più che dalle parole, dall’esempio delle persone che ho avuto intorno: in primis mio padre e mia madre.
La cultura contadina in cui sono cresciuta è impregnata di grandi valori umanistici, e per questo credo vada tutelata. Custodisce principi che fondano il vivere civile e trasmette una virtù ormai rara: il buonsenso.
Ho imparato molto osservando mio padre fin da bambina: il suo amore per il lavoro, che viveva come una missione. La lezione più grande è stata capire che il sacrificio è indispensabile per costruire qualcosa di valore. Il percorso che porta al valore è sempre un percorso di sacrificio. Ma se ami ciò che fai, quel sacrificio diventa scelto, voluto… e alla fine ti premia.
Una cosa che avresti voluto sapere quando hai iniziato in questo settore, che consiglio daresti al tuo io più giovane?
Non avrei voluto sapere nulla in anticipo, perché credo che sia bello scoprire la vita giorno dopo giorno. Una vita già vissuta non sarebbe così emozionante, e ogni esperienza è diversa e irripetibile.
Al mio io più giovane darei lo stesso consiglio che darei a qualunque ragazzo o ragazza, in qualunque ambito: credere in sé stessi, individuare il proprio talento e portarlo avanti con determinazione, credendoci fino in fondo, sempre. Quando ami qualcosa e la senti forte dentro di te, segui la tua inclinazione.
Qual è, secondo te, il valore più rappresentativo del Consorzio?
L’etimologia della parola “Consorzio” ci dice che è un gruppo di persone che condividono la stessa sorte. A me questo concetto piace moltissimo, perché condividere la stessa sorte significa unire le proprie energie e risorse, essere più forti. La forza data dall’unione ci permette di raggiungere i nostri obiettivi, individuali e collettivi, più velocemente.
Continuo ad avere una visione romantica e poetica della vita, e non sono mai stata smentita in questo. Credo che le cose, se devono andare male, lo faranno da sole: non dobbiamo essere noi ad aiutarle ad andare male. Dobbiamo agire sempre per il bene e accettare anche la negatività, ma con una serenità di fondo: quella di credere sempre nella vita, che è costruzione, trasformazione, evoluzione.
Una tradizione del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG che ritieni essenziale preservare? E quali pensi sia matura per l’innovazione?
Sono una grande sostenitrice del Prosecco Tranquillo. Amo profondamente questa versione e mi auguro che non si perda questa grande tradizione.
Ha una morbidezza e una pienezza che, anche metaforicamente, riportano alla tradizione in modo più completo. Inoltre, la mineralità tipica dei nostri suoli — le marne calcaree, il famoso roux delle colline moreniche — emerge in modo ancora più evidente nella versione Tranquillo.
Molti non lo conoscono e, quando lo assaggiano, restano sorpresi e conquistati. Per produrlo bisogna essere certi della qualità delle proprie uve: come diceva mio padre, “se vuoi capire se un Prosecco è di qualità, bevilo caldo e sgasato: lì si vede se ci sei o non ci sei”.
Servono uve con carattere e struttura, e le nostre colline sono una grande risorsa in questo senso.
Se le colline potessero parlare, quali storie racconterebbero del rapporto della tua famiglia con la terra?
Con oltre 300 anni di storia familiare su queste colline, racconterebbero una storia d’amore assoluto e spassionato. Ai tempi dei miei antenati, lavorare in vigna era una fatica immane: su questi pendii scoscesi non c’erano attrezzature, tutto era manuale, tra sudore e sacrificio, con un ritorno economico diverso da quello di oggi.
Ci voleva un amore infinito e una passione incrollabile per sopportare tutto questo: una vera storia di resilienza.
Quella resilienza che oggi ci rende visibili nel mondo come patrimonio dell’umanità è frutto dell’amore e della tenacia dei nostri antenati. Noi oggi raccogliamo i frutti di quella storia, ma con il supporto della tecnologia e con un ritorno economico che, in buona parte, ripaga il lavoro in vigna. Non è sempre stato così.
Ricordo che mio padre mi raccontava di essere rimasto uno dei pochi produttori in un’epoca in cui molti abbandonavano le campagne per andare verso le aree industriali. Lui, imperterrito, continuò ad amare profondamente il suo lavoro, senza immaginarsi in un’altra dimensione che potesse appagarlo allo stesso modo.
Gli va dato merito: è stato uno dei pochi a resistere. E questa è la storia non solo della mia famiglia, ma di tante famiglie di vignaioli della denominazione.
In che modo la tua passione ti spinge a scoprire e valorizzare il lavoro delle donne nel mondo del vino? Si può fare di più?
Quando, vent’anni fa, mio padre è mancato, mi sono trovata a decidere il destino della sua piccola azienda. Non ho scelto di continuare per semplice tradizione familiare: lo sentivo mio. Mio padre, con il suo esempio, mi aveva trasmesso l’idea che questo fosse un mondo nobile, capace di trasformare un prodotto della natura in qualcosa che non è solo un alimento, ma anche un elemento che dialoga con lo spirito di chi lo degusta.
Questa per me è una magia, un potere straordinario a cui non potrei rinunciare.
All’epoca non avevo modelli di riferimento, ma non ho pensato ai rischi o alle difficoltà: c’era l’amore per mio padre e per la vita in vigna.
La spinta definitiva arrivò da un viaggio in Francia, vicino a Bordeaux. Visitai una cantina gestita da una donna incinta, enologa, che ci guidò in una visita che era un mix tra teatro e cerimonia religiosa, culminata in una degustazione in una sala in pietra illuminata dall’alto, come in una chiesa.
Vent’anni fa, in Italia, una donna proprietaria e responsabile di una cantina era quasi fantascienza. Uscendo da lì, dissi: “Ho capito cosa voglio fare nella vita: voglio fare questo”.
Pur avendo studi giuridici, decisi di dedicarmi al vino, ma senza rinunciare alla mia identità di donna. Anche in vigna o alla guida del trattore, non rinuncio a essere me stessa: trucco e femminilità compresi.
Vorrei che, in ambito professionale, si parlasse di competenze e meritocrazia, non di genere. Che, davanti a una produttrice, non si pensasse “è una donna, cosa potrà mai sapere di vino?”, ma si valutasse la professionalità e la capacità, come per un uomo.
Fare vino è una scelta di vita, non solo un lavoro. Richiede vocazione e attitudine. E quando queste ci sono, se la persona è una donna, spesso porta con sé una creatività e una sensibilità viscerale che si riflettono anche nei vini: finezza, delicatezza, carattere.
Ma, alla fine, vorrei che fosse sempre e solo una questione di capacità, non di genere.



