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Filari di Vita: intervista a Renzo e Davide Montesel

Tra le colline di Conegliano, Renzo e il figlio Davide portano avanti la tradizione di famiglia, coltivando non solo la vite, ma un dialogo profondo con la loro terra.
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Renzo, dopo aver conseguito il diploma di enologo continua l’attività di famiglia, guidando il passaggio dal vino in damigiana all’imbottigliamento, puntando su qualità e valorizzazione del territorio ed è oggi custode della tradizione e della memoria storica dell’azienda.
Davide, con una formazione in enologia e laurea in commercio estero, affianca il padre unendo innovazione e rispetto per le radici con uno sguardo attento al mercato.
Insieme raccontano una storia fatta di lavoro in vigna, legame con la terra, ricordi di famiglia. 

Qual è il vostro abbinamento preferito con il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG?

Davide: Il nostro nuovo Extra Brut con 3 grammi per litro di zucchero residuo. Si abbina molto bene alla cucina emiliana, in particolare lo gnocco fritto. Lo affiancherei anche con piatti tipici messicani, senza esagerare nel piccante.

Renzo: Il mio preferito è l’Extra Dry, da bere da solo come aperitivo. È stato il primo che ho prodotto e rimane il mio preferito anche per quello che ha rappresentato per la nostra Denominazione.

Una tradizione della Denominazione che è fondamentale conservare? E qualcosa che, secondo voi, è arrivato il momento di rinnovare?

Renzo: La parola magica è “Prosecco”. Siamo nel suo territorio storico e il richiamo a questa identità è irrinunciabile. Ma sono convinto che deve rimanere il riferimento a “Conegliano Valdobbiadene”. È un sigillo di qualità, una narrazione di un terroir unico.
Per quanto riguarda ciò che si può superare, sono senza dubbio i campanilismi.

Davide: Dobbiamo mantenere il lavoro “sartoriale”, non industriale. Il nostro lavoro è vivo, non sterile, e questo concetto deve essere comunicato.  Credo sia importante far capire al consumatore che il vino non è una fotocopia: ogni annata è diversa, una fotografia unica del territorio e del clima di quell’anno. Un buon prodotto deve essere un’espressione sincera della sua origine, non standardizzato.
Sul fronte dell’innovazione… mio padre è più innovatore di me. Credo che l’integrazione sia la scelta migliore: non una contrapposizione tra vecchio e nuovo, ma una continua e inesorabile evoluzione.

Un aneddoto della vostra famiglia riguardo al rapporto con il territorio?

Renzo: La nostra famiglia ha sempre vissuto di lavoro legato alla terra: siamo qui da 4 generazioni. Di aneddoti ce ne sono tanti. Ricordo, ad esempio, quando mio padre, ancora bambino, dovette rifugiarsi in Friuli a causa dell’occupazione austriaca: un periodo difficile. Ma da quella cenere nacque una testimonianza di solidarietà indimenticabile: l’intero paese contribuì alla sua ricostruzione, un gesto che ha cementato il nostro legame con questa terra e la sua gente.

Come si è evoluta la vostra azienda nel tempo?

Renzo: La svolta è stata iniziare a imbottigliare il vino e creare una rete di vendita, che ci ha permesso di portare il prodotto dai nostri campi fino a tavole prestigiose, come quella della Casa Bianca.
È stato un processo lungo, graduale e ponderato. Ho dovuto combattere con mio padre per introdurre un nuovo metodo di lavorazione. Non è stato facile convincerlo, perché significava anche rivoluzionare la tipologia di mercato. Il cliente da vino in damigiana ha certe aspettative; produrre un vino da bottiglia richiedeva un approccio diverso, un passaggio verso un pubblico più esigente e raffinato. 

Un sapore, un suono o un odore che, anche se siete lontani, magari quando vi addormentate, vi fa subito pensare al vostro lavoro e ai ricordi ad esso legati?

Renzo: Il profumo indelebile è quello dei vigneti in fiore.
La fioritura è un momento bellissimo per l’olfatto: ogni varietà sprigiona le sue caratteristiche aromatiche e il vigneto regala profumi unici.
Per quanto riguarda il suono, quello del tappo dello spumante. Non aperto come impone il Galateo, ma come si fa in campagna. Quel “botto” — quello del vino freddo, non come fanno sul podio in Formula 1 — evoca sempre famiglia, allegria, gioia, condivisione e amici.

Davide: Per me il canto delle cicale e il “plic” delle gocce che cadono. Questi suoni restano impressi, diventando parte integrante dei miei ricordi.

Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto?

Davide: Un consiglio che rispecchia perfettamente la filosofia di mio papà, e che mi fu dato durante gli studi di enologia, è: “l’uva, una volta arrivata in cantina, può solo peggiorare”.
In altre parole, bisogna curare più la vigna che la cantina. Ogni errore commesso in vigneto è irrimediabile.
Dagli studi universitari, mi porto dietro un altro principio: ”ascolta prima la terra e poi il mercato”.
Unendo queste due visioni, direi che la qualità vera nasce quando conosci profondamente la tua terra, la tua vigna, il tuo lavoro, le tue capacità e le tue ambizioni, e quando il vino che produci è l’espressione sincera di tutto questo.

Renzo: Credere nelle potenzialità di questo territorio. Già mio padre, quando portava il vino all’osteria del paese, era atteso come un evento: la gente diceva “è arrivato il vino di Toni Montesel”.
Qui, a differenza di Valdobbiadene, le aziende vinicole sono poche. Per noi è stata una sfida personale, adattando la viticoltura al nostro clima leggermente più caldo, evitando cimature forzate per ombreggiare i grappoli e preservare freschezza e acidità.
Il lavoro ha dato i suoi frutti: questo territorio ha grandi potenzialità, ma ogni anello del ciclo produttivo va curato con attenzione.

C’è un gesto che fate ogni giorno nel vostro lavoro?

Renzo: Ho sempre guardato il cielo: la sera, prima di andare a dormire, alzo lo sguardo e lo osservo. È un’ispirazione. Non ho gesti scaramantici, ma quando il tempo me lo permette seguo la messa, magari alla televisione. È un accompagnamento spirituale al lavoro. Credo che l’integrazione tra essere umano e spiritualità, nel mondo della terra, sia fondamentale.