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Filari di Vita: intervista a Giuseppe Liessi

Vignaiolo profondamente legato alla sua terra, custodisce la memoria storica della vita contadina e vitivinicola del territorio locale
Giuseppe Liessi

Con la sua esperienza, Giuseppe Liessi ci accompagna in un viaggio tra passato e presente, sottolineando l’importanza della salvaguardia della biodiversità che rende unico ogni calice di Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG.

Se dovesse descrivere il suo lavoro con una parola, quale sarebbe?

Impegno. L’impegno è fondamentale in questo lavoro, come in tanti altri, ma in agricoltura assume una sfumatura particolare. Seguire il ciclo naturale di una pianta richiede dedizione costante. Ogni stagione presenta nuove sfide da affrontare. Con il clima imprevedibile di oggi, poi, è diventato ancora più complesso. Bisogna adattarsi continuamente, navigare a vista. Basti pensare agli sbalzi termici improvvisi, che possono compromettere la salute delle piante e rendere difficile la gestione del lavoro.

Oggi, l’imprevedibilità è la costante. Le variabili sono sempre le stesse – terreno, clima, vitigni – ma si combinano in modo diverso ogni anno, sempre più anomalo. Ci troviamo così ad affrontare continuamente nuove problematiche, anche se l’obiettivo di fondo, produrre un vino di qualità, rimane lo stesso. Per mio padre, ad esempio, la situazione era molto più stabile, i cicli stagionali più regolari. C’erano tempi definiti: la vendemmia iniziava a metà ottobre, oltre un mese dopo rispetto ad oggi. Le vendemmie si concentravano in un periodo più ristretto e definito: la Malvasia Istriana, ad esempio, intorno al 15-20 settembre, mentre il Prosecco (Glera) si iniziava a raccogliere dopo la metà di ottobre. Era un mondo diverso, più semplice e prevedibile, e non parlo di secoli fa, ma di qualche decennio. Oggi è tutto più complesso e sfidante.

Secondo lei, qual è il valore più rappresentativo della denominazione?

Il valore più rappresentativo della Denominazione Conegliano Valdobbiadene, secondo me, è legato alla sua storia, alla sua cultura e alla tradizione vitivinicola. Queste caratteristiche le condivide con molte altre zone agricole italiane. Da noi, però, la crescita legata alla viticoltura è stata un vero e proprio boom economico e sociale. Siamo partiti da un territorio povero, con poche risorse: fino a 30 anni fa, per la mia generazione, emigrare era quasi una necessità.
Poi è arrivato lo sviluppo industriale, che ha offerto nuove opportunità, ma il mondo agricolo, a differenza di altre zone d’Italia, non è stato abbandonato, forse per un attaccamento più profondo alle proprie radici.

La presenza della scuola enologica, che ha formato generazioni di tecnici specializzati, è stata fondamentale per la crescita qualitativa del nostro vino. Oggi quasi ogni cantina è gestita da un enologo laureato, garanzia di competenza. A questo si aggiunge una spiccata imprenditorialità, con persone capaci non solo di produrre un vino eccellente, ma anche di presentarlo in modo efficace, rendendolo appetibile per il mercato nazionale e internazionale. Questo mix di fattori ha permesso di costruire, partendo da un territorio con poche risorse, un’eccellenza di fama mondiale.

Quindi, il valore più rappresentativo della denominazione sta proprio nella capacità, nella tenacia e nella lungimiranza delle persone.
La capacità di interpretare i cambiamenti del mercato, creando un prodotto innovativo, di qualità e vendibile in tutto il mondo.
La capacità di reinventarsi, di creare valore partendo da una situazione di svantaggio. Da noi si è creata una solida imprenditoria diffusa che ha non solo preservato il territorio e il paesaggio, ma ha anche reso possibile lo sviluppo turistico, il riconoscimento UNESCO come patrimonio dell’umanità, e tutto ciò che ne consegue.

Il ricordo più emozionante legato a una vendemmia?

Ho tantissimi ricordi legati alla vendemmia, soprattutto quelli della mia infanzia. Da bambino l’aspettavo con impazienza. Ricordo benissimo la sensazione delle mani fredde sull’uva: si vendemmiava con temperature basse, spesso con il freddo pungente dell’autunno inoltrato. A volte, a fine anni ’70, ho persino visto gli ultimi filari rimasti coperti da una spolverata di neve a novembre.

Ricordo che il 2 novembre 1987, giorno dei morti, ero ancora in cantina ad aspettare gli ultimi carri d’uva provenienti dalle colline di Miane. Era un mondo diverso, con ritmi lenti e scanditi dalle stagioni. E questo non valeva solo per la nostra zona, ma per tutta l’Europa vitivinicola.

Ricordo quindi con nostalgia le mani fredde sull’uva, una sensazione che oggi è completamente scomparsa. Oggi si vendemmia con temperature estive, a volte persino torride.

Un profumo, un sapore, un suono che la riporta immediatamente a pensare alla sua terra?

Ce ne sono tanti, legati a momenti ed esperienze diverse.
Mi viene in mente, ad esempio, la raccolta delle prugne selvatiche, un tempo molto diffuse nelle nostre campagne e anche nei vigneti. Le prugne maturano un po’ prima dell’uva, quindi a fine agosto, prima dell’inizio della vendemmia, si dedicava qualche giorno alla raccolta di questi frutti. Il profumo delle prugne selvatiche mature era intenso e inebriante, lo ricordo ancora con piacere. Era un po’ il preludio alla vendemmia, il segnale che l’autunno e la raccolta dell’uva si stavano avvicinando.

Inoltre, la raccolta e la vendita delle prugne selvatiche era un’attività stagionale di un certo interesse economico in un contesto rurale di oltre 30 anni fa, quando le fonti di reddito erano poche. Questa pratica è poi scomparsa negli anni ’80, con i cambiamenti nell’agricoltura e nell’economia locale.

C’è un aneddoto che ci fa capire il legame tra la sua famiglia e le colline del Conegliano Valdobbiadene?

Siamo sempre stati legati a questa terra. Mio nonno acquistò la prima parte di questo fondo negli anni ’20 del secolo scorso. Ebbe una vita avventurosa: da bambino emigrò negli Stati Uniti, dove poi combatté nella Prima Guerra Mondiale come soldato americano, ottenendo la cittadinanza statunitense. Con i soldi guadagnati durante il servizio militare, al suo ritorno, acquistò la casa dove ora vive mio fratello e una parte del terreno circostante, mettendo radici in questo territorio. Quindi le nostre radici sono profondamente intrecciate con la storia di queste colline.

All’inizio non producevamo vino in proprio. Coltivavamo uva che conferivamo alla cantina sociale di Soligo. Mio nonno e mio padre, però, producevano piccole quantità di vino per uso familiare. Era una produzione familiare, non troppo impegnativa, un’attività tradizionale tramandata di generazione in generazione.

Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono iniziare a lavorare in questo settore?

È difficile dare consigli, perché il contesto attuale è molto diverso da quello in cui ho iniziato io. Quando ho cominciato, nei primi anni ’90, il mercato era completamente diverso. Ho iniziato vendendo vino sfuso localmente, ad amici, conoscenti e poi gradualmente ad alcuni grossisti. Si cresceva un passo alla volta, con investimenti contenuti.
Oggi, invece, per avviare un’attività vitivinicola bisogna essere strutturati a livello amministrativo, burocratico, normativo, con un’idea precisa e un’organizzazione aziendale solida. Serve una consulenza adeguata in ambito legale, fiscale e commerciale, oltre che un investimento economico iniziale non indifferente. Io sono partito praticamente da zero, con pochi mezzi e tanta passione. Oggi non è più così: il mondo del vino è più competitivo e complesso.

Ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera consiglio di fare esperienze all’estero, per ampliare i loro orizzonti e acquisire una visione più completa del settore. Posso citare due esempi concreti tratti dalla mia esperienza personale.

In Champagne ho avuto modo di constatare l’importanza dello scambio e del confronto con altre realtà vitivinicole. Ho visitato diverse cantine, e ho notato che i giovani che hanno fatto esperienze all’estero, a contatto con culture e metodi di lavoro diversi, hanno una marcia in più, una visione più ampia e completa del settore. Non lo dico perché all’estero siano necessariamente migliori di noi, ma perché l’esperienza internazionale arricchisce e permette di acquisire nuove prospettive. Consiglio quindi ai giovani di investire in un periodo di formazione all’estero prima di stabilirsi definitivamente e avviare una propria attività.

Quale tradizione legata alla nostra denominazione ritiene essenziale preservare e quale pensa sia matura per essere innovata?

Credo che la tradizione vada sempre preservata, perché rappresenta le nostre radici e la nostra identità.
L’innovazione è un processo continuo, anche in un settore antico come il nostro, che ha una storia millenaria. Le persone del territorio hanno saputo evolversi, abbandonando gradualmente le tradizioni non più attuali. Fino a fine anni ’80, le piccole cantine usavano ancora le botti di legno per il Prosecco, una pratica che oggi è quasi scomparsa, soppiantata dall’utilizzo di vasche in acciaio inox. Dagli anni ’90 c’è stato un salto di qualità grazie all’introduzione di nuove tecnologie e all’affinamento delle tecniche di vinificazione. Le persone capiscono quando una tradizione va cambiata.

Una tradizione che ritengo fondamentale preservare è il profondo legame con la terra, il rispetto per l’ambiente e la cura del paesaggio. Si stanno facendo sforzi importanti per conservare i vecchi vigneti, veri e propri monumenti della viticoltura, e le varietà antiche, che rappresentano un patrimonio genetico di inestimabile valore. Questo impegno è ancora più importante oggi, considerate le sfide poste da malattie della vite come la flavescenza dorata, che negli ultimi anni ha reso necessario un rinnovamento di molti vigneti.