I SIMPOSI VINO IN VILLA 2011
ZAVARIAR Idiomi d’Italia a Simposio
Presentazione
Introducono e coordinano Saverio Bellomo e Alberto Camerotto
I Simposi di Vino in Villa sono giunti al loro sesto appuntamento, in un crescendo di gradimento da parte del pubblico che è intervenuto sempre più numeroso.
Quest’anno l’immagine del manifesto reca una torre di Babele, perché dal mito ad essa legato prenderà le mosse il nostro incontro.
Narra la Bibbia che gli uomini in concordia decisero di costruire una torre, la cui cima avrebbe dovuto toccare il cielo, ma il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». E così fece: nacquero le varie lingue e il lavoro collettivo non si poté più continuare.
Episodio biblico singolare, che gli interpreti leggono ora come una maledizione ora come una benedizione, ma nel quale sono concordi di ravvisare due considerazioni di fondo: l’una è che nulla “sarà impossibile” a una società umana coesa e concorde; l’altra è che tale coesione nasce principalmente dalla lingua in comune, che è la prima manifestazione della cultura.
Sono considerazioni di grande attualità per la nostra Italia, contesa tra una pluralità di dialetti e un’unica lingua nazionale, minacciata anche dalle altre lingue dell’Unione Europea cui oggi il nostro paese appartiene. Tale nuova situazione babelica sarà a sua volta una maledizione ovvero una benedizione?
Il nostro vuole essere un lucido “Zavariar": è a simposio, attorno al vino, che dal mondo antico a oggi si possono dire le cose più importanti e più vere. Un vagare cercando di affrontare il problema da specole diverse. Da quella storico-linguistica con Francesco Bruni, a quella filosofica, con Luigi Perissinotto, a quella letteraria, con Pietro Gibellini, in fine a quella tra poesia contemporanea e riflessione sociologica, con Gian Mario Villalta.
Ci porremo dunque alcune domande: come è nato l’italiano? Ha un padre e una data di nascita? Che differenza intercorre tra lingua e dialetto? Quale rapporto e mutuo scambio sussistono nell’ambito della nostra cultura tra l’italiano e i dialetti? E’ possibile conservare una lingua, per così dire, congelandola? In che direzione sta andando l’italiano? E il dialetto?
Cercheremo di avere alcune risposte, ma soprattutto nuovi argomenti di riflessione e di discussione, lontano dalle mistificazioni alla moda. In vino veritas, le verità della ricerca scientifica.
Prima Parte
DANTE E I DESTINI DELL’ITALIANO
Dopo aver inventato il fantasma dell’italiano Dante gli dette corpo. Ma neanche lui poteva prevedere il futuro della lingua, colta e insieme adatta alla quotidianità, anche grazie al contributo delle ricche varietà dialettali della penisola. Lingua di cultura e lingua viva, l’italiano conosce anche alcuni episodi sorprendenti, dei quali si darà qualche esempio.
IL POETA IN DIALETTO E LE SUE PATRIE
La letteratura italiana è una letteratura plurilingue: toscano, latino, e tanti, tanti dialetti. Il rapporto tra scritture in dialetto e in italiano è stato visto ora come conflittuale, ora come amicale. Tutte e due le interpretazioni hanno una parte di verità. È comunque chiaro che se la letteratura italiana non può prescindere dai grandi autori dialettali, questi sono tali quando non ignorano la letteratura italiana e non limitano il loro orizzonte allo stretto municipio. Vengono offerti alcuni significativi esempi: Milano, Venezia, Roma, Napoli...
Interludio
Interludio e brindisi Conegliano Valdobbiadene
Prosecco Superiore DOCG
Seconda Parte
MIGRARI. ALTROVE E MAI ANDATI VIA
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la cultura italiana produce un singolare sforzo interpretativo per comprendere la portata di quel fenomeno linguistico che è stato definito “morte dei dialetti”. La vera morte sarà invece quella della civiltà agricolo-artigianale, un fenomeno di portata mondiale e di importanza estrema per l’intera umanità, mentre i dialetti, in realtà, finiranno per “migrare” o “essere migrati” (si potesse usare quest’espressione) in un altro mondo, quello nostro attuale, a conclusione del lungo processo di planetarizzazione del luogo dell’esistenza e di sincronizzazione del suo tempo. Precisato, con opportuni esempi, questo punto di vista, attraverso una serie di osservazioni e riscostruzioni “migratorie” attraverso le parole, i mestieri e gli oggetti, verrà il momento di parlare di poesia e, non inaspettatamente, di etica.
IL LAVORO DELLE PAROLE.
OVVERO: LA LINGUA TRA SPECCHIO E STRUMENTO
Con le parole non ci limitiamo a descrivere o a raccontare (a rispecchiare) il mondo, sia esso il nostro mondo interno o quello esterno; con le parole facciamo anche sì che le cose siano o accadano. In questo senso le parole sono attrezzi o strumenti mediante cui modifichiamo il mondo, lo trasformiamo e lo inventiamo. E questo non solo e non principalmente nel senso che con e nelle parole inventiamo mondi inesistenti, fantastici o irreali, ma soprattutto nel senso che con le parole trasformiamo quotidianamente il nostro mondo, lo lavoriamo, lo produciamo. Con alcuni riferimenti alla pragmatica linguistico-filosofica e con l’ausilio di alcuni esempi, si cercherà di mostrare i modi e i sensi in cui il nostro dire è un fare.

Università Ca’ Foscari Venezia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Studi Umanistici
Dipartimento di Filosofia
e Beni Culturali
Patrocini e collaborazioni:

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